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01
AGO
2014

Allevamento

A Eurocarne Nicola Fortuna (Coop zootecnica scaligera): il futuro è la qualità

La tracciabilità della carne offre maggiori garanzie al consumatore, presto uno spaccio.

Prodotto in filiera, certificazione del prodotto, qualità e risposte per il consumatore. È il mix che propone Nicola Fortuna, allevatore fra Mozzecane (Verona) e Roverbella (Mantova), dal 2007 presidente della Cooperativa Zootecnica Scaligera. Una realtà con circa 50 soci nelle province di Verona, Mantova, Vicenza, Brescia e Bergamo, che allevano 40mila capi bovini all’anno. Il fatturato della Cooperativa Zootecnica Scaligera sfiora i 100 milioni di euro e il ristorno assegnato ai soci col bilancio 2013 ha toccato i 100mila euro.

 

Quale vantaggi ha portato, in questi ultimi anni, la normativa relativa al benessere animale?

«Non sono fra quelli che si dichiarano contrari al benessere animale, anzi, tutt’altro. Se il benessere animale è rispettato come principio dell’allevamento è un’opportunità, perché permette di lavorare meglio. I primi ad accorgersi dei risultati sono stati gli allevatori, che hanno visto una diminuzione dei problemi sanitari del bestiame con una minore densità di capi in stalla. E anche la filiera e il consumatore chiedono di produrre meglio, non di più».

 

Quali costi per l’allevatore e che ritorni ci sono stati?

«È difficile fare dei calcoli precisi sul benessere animale, ma è innegabile che i ritorni sono tangibili, se si alleva qualche animale di meno in stalle e magari più lentamente. Mi spingo oltre. Sono positive anche le norme di autocontrollo per i mangimi e le materie prime. Tuttavia, se il benessere animale mostra aspetti positivi, ritengo che serva la giusta elasticità nell’applicazione, per lo scenario in cui si trovano ad operare i produttori, con costi dei ristalli elevato, prezzi di vendita tutt’altro che esaltanti e difficoltà di accesso al credito che non consente investimenti eccessivamente onerosi».

 

Il consumo di carne bovina è in diminuzione. Che cosa può fare la filiera per invertire la rotta e recuperare terreno?

«Sul tema ci sono diversi orientamenti. Una teoria dice che nel contesto attuale, in una fase di selezione, è molto difficile pensare di aggredire il mercato e dunque bisogna attendere che il mercato si autoregolamenti, finché non si raggiunge un equilibrio fra produzione, prezzi e consumi. Perché quando si hanno, come in questi frangenti, consumi in calo, vince la politica del prezzo e si trova sul mercato sempre chi offre carne a un prezzo più basso.

La mia posizione, invece, è legata alla promozione di un prodotto di qualità, con un valore aggiunto superiore alla media e, soprattutto, riconoscibile. Bisogna che la grande distribuzione, così come la macelleria, offrano un prodotto differenziato. La filiera, se si vogliono rilanciare i consumi, deve muoversi in maniera coesa su un progetto comune. E sono convinto che una prima scelta basata sulla qualità reale del prodotto sia la strategia vincente per soddisfare un consumatore che della carne vuole sapere la provenienza, il metodo di allevamento, i tagli. Sono gli aspetti legati alla conoscenza che oggi fanno la differenza, mettere la carne in vendita al banco non è più sufficiente».

 

È per questo che avete pensato al marchio Cooperativa Zootecnica Scaligera? In cosa consiste?

«Sì. Accanto alla qualità noi forniamo un’immagine e una garanzia. Qualità, packaging e certificazione sono gli strumenti che affiancano un prodotto di fascia elevata, una prima scelta riconoscibile anche dal logo che apponiamo al prodotto. Certifichiamo la fase di allevamento dell’animale, le materie prime e tutto il percorso fino alla frollatura della carne. Ci rivolgiamo alle macellerie, in particolare, ma anche alla vendita cash, che offre prodotti di qualità, e abbiamo rapporti in espansione nel Centro e nel Sud Italia, con oltre 60 macellerie che aderiscono al progetto. A Mozzecane abbiamo intenzione, prossimamente, di aprire uno spaccio per la vendita diretta. L’obiettivo è quello di spiegare il nostro prodotto, non una semplice vendita».

 

Quanto costa oggi allevare un vitellone e qual è il ritorno economico? Quanto incidono i premi Pac?

«Ci sono molte variabili e oscillazioni costanti che rendono impossibile determinare tutte le voci, se non in base alle tendenze. Oggi registriamo in stalla una diminuzione delle spese sul fronte dell’alimentazione, ma nel complesso crescono i costi di gestione, soprattutto per avere l’azienda a norma. Inoltre, il calo dei consumi, che si aggira secondo le stime intorno al 15 per cento, ha di fatto provocato un rallentamento dei cicli produttivi e dunque le voci in uscita hanno un’incidenza più alta rispetto al passato. Manca un equilibrio fra i costi per il ristallo dalla Francia e la vendita dei capi al macello, in questi anni andato sempre più sbilanciandosi a danno dell’ingrassatore. Rimaniamo in piedi solo grazie ai premi Pac».

 

Per incentivare l’interprofessione, quali azioni dovrebbero essere poste in essere?

«Uno dei nostri problemi è che non abbiamo filiere complete dal vitello al prodotto finito e non sono cose che si improvvisano. Servono politiche di promozione e sostegno della linea vacca-vitello e sostenere la zootecnia come è stato fatto in Francia, non con lo spezzatino che è stato fatto in Italia sugli aiuti accoppiati, che non serve a nessuno. Sarebbe stato più corretto dare un contributo di 300 euro per vitello nato e compiere scelte di campo, invece così è stato mostrato poco coraggio e scarsa lungimiranza».

 

Secondo lei, quali sono i punti deboli della filiera della carne e perché?

«La frammentazione della produzione è il grande limite. Abbiamo realtà troppo piccole e i principali macelli stanno già intuendo che l’allevamento ha difficoltà e deve essere sostenuto, magari optando per forme contrattuali come la soccida. Senza una vera politica di filiera e una consapevolezza nell’affrontare il mercato, anche nella fase commerciale, la zootecnia da carne sarà condannata a soffrire sempre di più».

 

Fonte: Servizio Stampa Eurocarne-Veronafiere

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