contatti  | English

31
LUG
2014

Allevamento

Consorzio «Doc»: spese in vista per il benessere animale, nessun ritorno sui prezzi

Il consorzio Carne bovina documentata: circa 400 soci, per un totale di 100mila capi allevati.

Dal 2012 il presidente è Primo Cortellazzi, allevatore di Marcaria (Mantova). Il consorzio «Doc», come viene comunemente chiamato, ha soci in tutta Italia.

 

Presidente Cortellazzi, quali vantaggi ha portato, in questi ultimi anni, la normativa relativa al benessere animale? Quali costi per l’allevatore e per la filiera? Chi ha sostenuto le maggiori spese? Che ritorni ci sono stati?

«Direi che i costi aggiuntivi sono stati rilevanti; sono inoltre difficili da quantificare, ma è certo che non hanno portato ad alcun vantaggio in termini di riconoscimento in termini di prezzo della carne ai produttori. Credo che un allevatore diligente sappia qual è lo spazio utile per i propri animali, senza bisogno di dover ricorrere alle imposizioni dell’Unione europea in termini di benessere. Ma ciononostante, all’allevatore non è riconosciuto in termini economici lo sforzo che ha sostenuto. Allo stesso modo, viene in parte assegnato un ritorno economico a quegli allevatori che aderiscono ai consorzi per la valorizzazione delle carni, ma poi, se guardiamo il prezzo di conferimento, non c’è alcun tipo di riconoscimento in più.

Qualche formula legata alla filiera ogm free garantisce qualche vantaggio.

Quanto al benessere animale, col 2015 entrerà in vigore l’obbligo di adeguare i pavimenti agli standard comunitari, con l’utilizzo di materassini per limitare l’impatto del cemento. I costi previsti sono intorno attorno ai 60-70 euro per metro quadrato. E col mercato attuale non so quante aziende riusciranno ad adeguarsi. In una filiera equilibrata queste maggiori spese dell’allevatore dovrebbero essere ammortizzate da tutti i soggetti che ne fanno parte, invece così il consumatore paga prezzi più alti, ma l’allevatore non ha alcun ritorno».

 

Il consumo di carne bovina è in diminuzione. Che cosa può fare la filiera per invertire la rotta e recuperare terreno?

«Se lasciamo che alcune testate giornalistiche scrivano che l’aumento dei gas serra è provocato dai bovini, che i consumi di acqua per un chilo di carne sono eccessivi e che divulghino l’idea che allevare è un contributo al degrado del pianeta, allora la rotta non si inverte e si estingue l’allevamento. Ma, da che mondo e mondo, la carne è sempre stata fonte di ricchezza e non un danno per l’uomo. Abbiamo visto che oggi le ricerche scientifiche assolvono la zootecnia dall’inquinamento da nitrati, sarebbe opportuno che si scrivesse anche qual è il contributo del mais nell’assorbimento dei gas serra e si smettesse di demonizzare l’allevamento.

Inoltre, se vogliamo recuperare in termini di consumi dobbiamo puntare sulla qualità delle carni, saperle comunicare, così come la corretta frollatura e la provenienza delle carni, la modalità di allevamento dei capi. Senza queste azioni legate anche all’etichettatura, poi ci ritroviamo a fare i conti con l’Irlanda che aumenta del 17 per cento i consumi di carne e l’Italia che diminuisce del 23 per cento.

Non dimentichiamo, poi, le opportunità che si aprono con la globalizzazione e l’export: l’estero è un canale da valutare».

 

Quanto costa oggi allevare un vitellone e qual è il ritorno economico? Quanto incidono i premi Pac?

«Se facciamo i conti a oggi, il vitellone sta perdendo 200-300 euro rispetto ai costi di produzione, comprensivi dell’alimentazione e dell’acquisto dell’animale. Questo significa che i premi Pac permettono agli allevatori di sopravvivere e non sono più quel valore aggiunto che avrebbero permesso all’allevatore di sviluppare l’azienda, metterla a norma, renderla competitiva. Sono invece un ammortizzatore che ci consente di non chiudere, a causa di una crisi senza precedenti.

L’aiuto accoppiato è valido, ma fino a che punto riesce a incidere sul prezzo di mercato? Perché il problema riguarda il fatto che il sostegno accoppiato non è mai rimasto nelle tasche dell’allevatore».

 

Per incentivare l’interprofessione, quali azioni dovrebbero essere poste in essere?

«Innanzitutto dovremmo mettere al centro di una politica nazionale l’allevamento da carne. Poi bisogna definire strategie condivise, che abbandonino la logica del prezzo al ribasso. Una politica che guarda solo al ribasso lascia in eredità una situazione come quella attuale».

 

Secondo lei, quali sono i punti deboli della filiera della carne e perché?

«Sicuramente il prezzo della carne bovina è più alto rispetto alla carne di maiale o di pollo e, in un momento di crisi, questo fa pendere le preferenze. Uno dei punti deboli riguarda l’assenza di una politica di valorizzazione dell’animale nella sua interezza. D’estate si mangiano le costate e si preferisce il posteriore dell’animale, d’inverno l’anteriore. Se si riuscisse a promuovere consumi più bilanciati dei vari tagli, si avrebbero meno sbalzi di prezzo. Ma con questo non voglio chiedere ai macellai di abbassare i prezzi, perché con la pressione fiscale che devono sostenere, una riduzione dei prezzi finali credo sia pressoché impossibile».

 

Fonte: Servizio Stampa Eurocarne-Veronafiere

  • articoli più recenti
  • articoli più letti

precedente

A EUROCARNE NICOLA FORTUNA (COOP ZOOTECNICA SCALIGERA): IL...

successivo

SUINI, PREVISTA LA RIPRESA, METEO PERMETTENDO: PRODUZIONI...

assomacellai confcommercio federcarni fiesa
trenitalia
svg