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04
AGO
2014

Allevamento

Eurocarne, Borin (Azove): benessere animale investimento per una qualità da comunicare

La Cooperativa Azove, Organizzazione Produttori, ha tagliato il traguardo dei primi 40 anni di vita nel 2013 e oggi può contare oltre 150 allevatori soci in tutte le province del Veneto, circa 50mila capi allevati e un fatturato che supera i 120 milioni di euro.

Accanto a quella che è l’organizzazione di produttori di carne bovina, opera Azove Carni Srl, braccio operativo di Azove. Mentre l’op si occupa più della parte allevatoriale che parte dall’acquisto dei bovini da ristallo, della mangimistica e di ciò che appunto afferisce alle fasi di produzione, l’attività di Azove Carni si occupa delle fasi a valle, legata alla macellazione, lavorazione e commercializzazione delle carni.

Il direttore della Cooperativa è Giuseppe Borin, al quale Eurocarne rivolge qualche domanda.

 

Quale vantaggi ha portato, in questi ultimi anni, la normativa relativa al benessere animale? Che ritorni ci sono stati?

«Parto da una doverosa premessa. Azove ha una certificazione di processo Iso 9001:2008, che si estende a tutte le fasi della filiera compreso l’allevamento. Questo impone che i produttori siano chiamati a rispettare determinate procedure e istruzioni operative, con una crescita della cultura della qualità e la ricerca di un miglioramento continuo. In pratica, è stato assimilato dai nostri soci il concetto corretto che animali allevati in condizioni di benessere sono più produttivi. Tutto questo grazie anche ad uno staff di veterinari e agronomi che seguono sistematicamente tutta la fase di allevamento.

In collaborazione con l’Università di Padova, abbiamo verificato le condizioni per l’inserimento dei pavimenti in gomma sul grigliato, piuttosto che una ventilazione più efficiente per migliorare il microclima in stalla.

Con un percorso che parte da lontano, diventa complicato dare una valutazione esatta dei costi relativi al benessere animale, perché come cooperativa siamo partiti in largo anticipo e cerchiamo di applicarlo ad ampio raggio, anche laddove le norme comunitarie non sono arrivate».

 

Il consumo di carne bovina è in diminuzione. Che cosa può fare la filiera per invertire la rotta e recuperare terreno?

«Stiamo vivendo una fase molto critica. E secondo me non siamo ancora arrivati al fondo di un calo dei consumi significativo per la carne bovina. A mio avviso non recupereremo più rispetto ai parametri del passato, perché nel frattempo la crisi ha cambiano profondamente gli stili di vita e le condizioni dei consumatori.

Serve pertanto uno scatto in termini di innovazione di prodotto, che per le carni bovine ancora non si è realizzato. Potremmo pensare a un percorso di comunicazione della qualità delle carni, anche perché, in questi anni, la carne bovina è stata al contrario oggetto di vere e proprie campagne denigratorie, basate su fantomatici dati scientifici, piuttosto che su un equilibrio che dovrebbe in ogni caso accompagnare l’alimentazione.

Ecco che sarebbe comunque opportuno un intervento di comunicazione per incentivare il consumo di carne bovina. La Regione Veneto, ad esempio, ha promosso il progetto QV-Qualità Verificata che comprende anche le carni e che si concretizzerà in autunno con una adeguata campagna informativa e promozionale».

 

Quanto costa oggi allevare un vitellone e qual è il ritorno economico? Quanto incidono i premi Pac?

«Sono molti mesi che abbiamo una situazione negativa, con uno squilibrio fra i costi del ristallo e di produzione e il prezzo di vendita, da gennaio a oggi il prezzo di vendita dei bovini da macello è diminuito di circa il 20%. Secondo la rilevazione condotta da Ismea e Crpa, il costo medio dell’allevamento in Veneto, rilevato nel secondo trimestre 2014, per bovini di razza Charolais, è di euro 2,70 per Kg di peso vivo prodotto. Tenuto conto del prezzo di vendita attuale si ottiene una perdita di euro 0,40 per ogni Kg di carne prodotta che corrisponde ad una perdita complessiva nell’ordine dei 120 euro per capo allevato. Appare quindi evidente come in questo periodo i premi Pac non siano sufficienti a coprire il disavanzo di gestione».

 

Per incentivare l’interprofessione, quali azioni dovrebbero essere poste in essere?

«L’interprofessione dovrebbe essere una realtà concreta, realizzata da chi effettivamente opera sul mercato. Per questo penso che bisognerebbe innanzitutto superare le frammentazioni, le divisioni e le competizioni. Finché sopravvive l’idea che la filiera sia in gara per mostrare quale anello è più bravo a scapito dell’altro, verrà a mancare un dialogo costruttivo, orientato alla crescita».

 

Secondo lei, quali sono i punti deboli della filiera della carne e perché?

«Come dicevo prima, forse la presenza di molti operatori sul mercato crea maggiori costi e impedisce un’attività di squadra. Il punto debole principale riguarda l’individualismo, che non permette di costruire politiche di crescita. La concorrenza degli operatori anche industriali basata solo sul prezzo di vendita porta ad un impoverimento di tutta la filiera con conseguente maggiore onere per il comparto allevatoriale che è il più debole».

 

Avete un marchio specifico?

«Sì e stiamo cercando di farlo conoscere. Inoltre partecipiamo al progetto QV-Qualità Verificata, approvato con la legge regionale del Veneto. Il gruppo Azove può vantare anche la certificazione di filiera 22005, che consente di garantire la rintracciabilità lungo tutto il percorso produttivo. Strumenti che ci auguriamo possano valorizzare di più il prodotto, perché l’ostacolo che incontrano le carni è che oggi il prodotto viene venduto tal quale, indifferenziato, e ciò non consente una politica di marca».

 

Fonte: Servizio Stampa Eurocarne-Veronafiere

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