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08
SET
2017

Le aziende raccontano

LA FILIERA DEL BENESSERE: BORDONA FARM

La famiglia Negri ha dimostrato come il rispetto dei processi naturali e il benessere animale siano il punto fondamentale alla base della produzione di carne di qualità. Ecco i suoi segreti

Il sapere non è abbastanza, volere non è sufficiente. Bisogna fare. È un concetto che Alberto Negri ha saputo applicare con maestria all’azienda che conduce insieme al padre Antonio, ormai da tre generazioni. Bordona Farm è un’azienda agricola a conduzione familiare, impegnata da più di 40 anni nella coltivazione cerealicola e nell’allevamento di bovini di razza Limousine, più recentemente nella vendita diretta dei suoi prodotti. Si trova nella fertile pianura padana, all’incrocio delle province lombarde di Milano, Lodi e Pavia in una delle zone territorialmente più adatte alla produzione dei pregiati risi superfini come il Carnaroli e l’Arborio.

Negli anni, Bordona Farm è diventata un esempio concreto di vera filiera corta. La famiglia Negri ha infatti dimostrato come il rispetto dei processi naturali e il benessere animale siano il punto fondamentale alla base della produzione di carne di qualità, un processo che si svolge concretamente grazie ad un controllo mirato sulla selezione e sulla nutrizione degli animali, con la rinuncia totale a forzature e sofisticazioni.

Sono i segreti che hanno permesso a Bordona Farm di convertire l’agricoltura e l’allevamento al metodo biologico.

 

Alberto come è iniziata Bordona Farm?

 

È stato un ciclo che si è chiuso, i miei bisnonni erano macellai, avevano esercizio a Milano, mio nonno inizio ad aiutare in bottega e si occupava di reperire i capi e si appassionò al commercio di animali, mestiere che poi ha esercitato per tutto il dopoguerra. Riuscì a mettere via una discreta somma e comprò l‘azienda Bordona, la stessa in cui viviamo e lavoriamo noi.

 

Poi siete passati dal latte al biologico.

 

Negli anni ’80 mio nonno e mio padre costruirono la prima stalla da latte, eravamo agli albori delle quote latte. Per fortuna hanno cambiato direzione in tempo e hanno scelto di mettere animali da carne in linea vacca-vitello. Siamo partiti con degli incroci, da subito con toro puro Limousine per via della semplicità di parto e la qualità della carne.

 

Tu invece hai scelto un approccio diverso all’allevamento.

 

Io sono entrato in azienda a metà degli anni ’90, subito dopo gli studi di agraria mi sono appassionato agli animali e al miglioramento genetico. Ho intrapreso un percorso di purezza: nel giro di qualche anno ho iscritto la stalla al libro genealogico e ho deciso di fare genetica a un buon livello, confrontandomi anche con le altre realtà europee.

 

A quando risale la scelta del biologico?

 

A fine anni ‘90 eravamo legati all’oasi ecologica della Plasmon, per cui producevamo riso. Poi dall’Unione europea arrivò un maggiore impegno verso l’agricoltura integrata, la riduzione dei concimi chimici e dei fitofarmaci, poi sfociata nella svolta bio. Dopo due anni di conversione, siamo diventati azienda biologica nel 2000, una scelta sofferta all’inizio ma che oggi offre solo soddisfazioni.

 

Ed è qui che nasce la vostra filiera corta.

 

Abbiamo cambiato l’impostazione della stalla, vocata agli animali da riproduzione. Il mercato biologico iniziava a richiedere carne. Le strutture erano da rifare, abbiamo puntato su un progetto che comprendesse la vendita diretta. Una scelta che si è rivelata lungimirante: erano gli anni degli spacci agricoli, noi abbiamo raccolto la richiesta del consumatore di fare la spesa direttamente in azienda e di guardare in faccia l’allevatore. La filiera corta è un’opportunità per il produttore, che può commercializzare un prodotto di estrema qualità e una chance per il consumatore di comprare un prodotto locale, sicuro e riconoscibile.

 

C’è il tema della qualità contro la quantità.

 

Negli ultimi 30-40 anni, gli allevatori hanno fatto selezione, puntando a performance di muscolosità e sviluppo scheletrico importanti. I tori di razza Piemontese, Limousine e Charolaise sono come atleti: non hanno grasso. Questo ha permesso di avere capi molto precoci, che producono carne in età giovanissima, ma che di grasso non ne hanno, per cui in cotture veloci, come quelle alla griglia, il collagene non si scioglie rendendo la carne più dura e l’esperienza viene compromessa. È un problema che io sto affrontando in filiera corta cercando delle linee genetiche che producano più grasso.

 

E la Grande Distribuzione?

 

Nel 2013, dopo aver aperto lo spaccio aziendale, ci siamo accorti che non era sufficiente la vendita diretta per completare un progetto davvero ambizioso. Ci sono appassionati che arrivano in azienda, ma il consumatore è ancora legato all’economia della Grande Distribuzione, attirare nuovi clienti era sempre complicato, dovevamo vendere un prodotto competitivo a livello di qualità, non potendo competere con la distribuzione organizzata, sulla quantità

 

Avete sposato la vendita online.

 

Ci piaceva ma non era facile da mettere in piedi con la carne, un prodotto fresco e deperibile. Grazie alla collaborazione con Cortilia, attualmente in azione e consolidata, possiamo completare un processo di vendita diretto a consumatori che difficilmente sarebbero capitati in azienda. Principalmente da Milano e Brianza.

 

Quali sono le potenzialità della filiera corta?

 

È un’opportunità per l’agricoltore/allevatore, che può commercializzare un prodotto di estrema qualità e una chance per il consumatore di comprare un prodotto locale, sicuro e riconoscibile.

 

Quanto è davvero Km zero?

 

Filiera corta è poter fare arrivare al consumatore un prodotto locale e di stagione, un dettaglio che non si riferisce alla carne, per cui non c’è stagionalità. Poter offrire il nostro prodotto e offrire la possibilità di venire a vedere chi siamo, cosa facciamo e come lo facciamo è un vantaggio enorme, permette di non finire nel giro della Grande Distribuzione, di non mischiarsi tra gli altri prodotti, rendendo la carne non più riconoscibile e identificabile. Mi piace raccontare la mia storia, ma lo faccio volentieri perché voglio che si capisca cosa si sta per mangiare.

 

Quali sono i vostri progetti futuri?

 

Vorrei migliorare ulteriormente la capacità dei miei animali di produrre grasso, magari inserendo una razza che mi affascina come l’Angus, razza che in parte abbiamo già in allevamento grazie all’utilizzo di linee genetiche Polled (derivanti dall’Angus, ndr) che ci permettono di evitare la decornazione, una pratica invasiva che crea sofferenza negli animali. Viviamo in una zona in cui il consumatore cerca carne magra, per questo quando si va in macelleria è difficile trovare l’Angus. È una carne molto grassa e non fa bella figura sul banco. Ma la domanda è: Cosa da sapore alla carne? Il grasso. Noi stiamo cercando di rispondere a questa domanda con questa linea genetica Polled, adottata per il benessere animale, perché non vogliamo corna in allevamento perché le Limousine sono animali gregari che per supremazia e dominanza tendono a sfidarsi e i rischi aumentano per allevatori e animali.

 

Alberto, cosa mangi?

 

Lo ammetto: amo la cultura americana, mentre mio padre apprezza i tagli poveri come trippa, guance e coda. Io adoro la carne alla griglia e quindi scelgo una bella fiorentina, di un animale non giovane e con frollatura importante, una di quelle che comprano solo gli intenditori.

 
Fonte: Eurocarne News
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