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LUG
2014

Allevamento

Suini, prevista la ripresa, meteo permettendo: produzioni giù del 5% su base tendenziale

Andrea Cristini (Anas): «È positiva l’apertura alla filiera di Eurocarne, serve dialogo». Intervista al presidente dell’Associazione nazionale allevatori di suini: «Premiare la qualità dei capi».

La suinicoltura italiana intravede una ripresa del mercato, anche se non tutti gli indicatori - a partire dal meteo - sembrano andare nella direzione favorevole. Il presidente di Anas, Andrea Cristini, si dice «cautamente ottimista», nell’intervista che rilascia a Eurocarne, rassegna internazionale dedicata alla carne, in programma a Verona dal 10 al 13 maggio. L’unica manifestazione che, accanto alle nuove tecnologie, scommette sul dialogo di filiera come strumento per la ripresa del comparto in ogni componente, dal campo alla tavola.

 

Le ultime quotazioni della Commissione unica nazionale (Cun) parlano di un trend rialzista a 1,577 euro al chilogrammo. La direzione è quella giusta?

«Sì, le previsioni sono corrette. Spero che nelle prossime settimane ci sia un posizionamento di prezzo adeguato dei suini italiani, anche perché, in termini di movimentazione, è confermato un calo del 5 per cento dei suini commercializzati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. La freccia delle mercuriali dovrebbe tendere verso l’alto».

 

Quali ostacoli potrebbero rallentare la ripresa dei prezzi?

«Al momento direi l’incognita dei consumi, perché l’andamento meteorologico non è assolutamente in linea con la stagione. E questi capricci del tempo influiscono sui consumi di carne suina, che d’estate vive la fase dei barbecue. Inoltre, abbiamo visto che nelle ultime due settimane il mercato tedesco ha perso circa 10-12 centesimi al chilogrammo e per la carne fresca è un po’ un riferimento di quali dinamiche potrebbero influenzare i listini in buona parte dell’Europa, Italia compresa».

 

Il blocco delle esportazioni verso la Russia quanto incide?

«Difficile dare dei confini. Ma di certo è venuto a mancare uno sbocco consolidato sia per la carne fresca che per i salumi che ha rimbalzi negativi sull’Europa. L’auspicio è che i Paesi confinanti con la Russia possano riprende l’export».

 

In Italia è sempre emergenza sugli allevamenti?

«La situazione è complessa. Ci sono difficoltà di accesso al credito, un mercato altalenante, redditività che rimbalza spesso al di fuori della filiera, l’avanzata della soccida. E i numeri dei suini in Italia sono sempre più in contrazione. Vengono in parte attenuati con l’import di suinetti in primavera, ma la rotta è quella, purtroppo».

 

L’Unione europea ha acceso i riflettori sul benessere animale e sulla castrazione dei suinetti. Un eventuale divieto potrebbe mettere in grave pericolo la grande salumeria Made in Italy.

«Abbiamo ottenuto un’autorizzazione per proseguire in deroga la castrazione dei suini. Sicuramente per la castrazione dei suinetti dovremo utilizzare metodiche meno invasive, anche usando degli antidolorifici, ma portare i suini a 160 chili di peso e praticare l’immuno-castrazione chimica non è così automatico. Il rischio, piuttosto scontato, è avere carne che odora di verro. Il consumatore italiano non è preparato, crollerebbero i consumi di carne e di salumi, con ogni probabilità. Non possiamo permettercelo, anche e soprattutto per la peculiarità della produzione italiana. Discorso diverso, invece, è su una produzione europea, orientata a suini leggeri. In questo caso l’immuno-castrazione funziona e le risposte a livello di catene distributive è buona, con richieste sia per la carne di suino non castrato che per le femmine».

 

Che differenza c’è fra la carne di maiale del maschio e della femmina?

«Tendenzialmente la femmina è più magra. Ma in Italia è un aspetto che, a differenza di altri Paesi, non è riconosciuto in termini economici».

 

Una questione importante sul piano economico riguarda la classificazione delle carcasse suine. Dal 9 settembre si rischia di avere un calo superiore al 20 per cento delle cosce destinate a diventare prosciutti di Parma e di San Daniele. La posizione di Anas qual è?

«Aspettiamo le decisioni del Mipaaf, inutile fare dichiarazioni oggi».

 

L’equazione di stima elaborata dovrà essere rivista, onde evitare l’esclusione di un numero rilevante di cosce?

«Anche in questo caso, prima di fare commenti attendo che sia il ministero delle Politiche agricole a fare delle analisi».

 

Che cosa mi dice della nuova geografia dei macelli?

«Ritengo che, se nulla cambierà, la chiusura del macello Virgilio sarà un’occasione mancata per la suinicoltura italiana nel sistema cooperativo. Trovo corretto che una parte della suinicoltura rimanga in cooperazione, spostare tutto sul privato restringe i margini di autonomia degli allevatori. Senza dubbio, mi auguro che le iniziative in atto si consolidino e portino dei risultati. E mi auguro che anche Opas possa andare avanti col proprio progetto in Italcarni».

 

Da qualche tempo avete un nuovo player in Italia sul versante della macellazione. Che cosa è cambiato?

«L’arrivo di Pini nel settore della carne suina in Italia lo ha proiettato, grazie a cospicui investimenti in strutture importanti come Bertana e Ghinzelli, a diventare una delle realtà più importanti, se non addirittura la prima per numeri, a livello nazionale. E pensare che gli hanno sbarrato la strada nella costruzione di un grande impianto a Manerbio in tutti i modi, tanto che si è diretto appunto altrove».

 

Recentemente è stata avanzata la proposta di segmentare la produzione suinicola. Qual è il suo commento?

«A mio avviso ci saremmo già arrivati, perché già ora si fanno diversi tipi di suini; il problema è che sono pagati come se fossero tutti uguali. Non regge più un sistema dove chi fa qualità incassa gli stessi soldi di chi ha scelto di non curarsene. La qualità, dove c’è, andrebbe riconosciuta anche in termini di pagamento».

 

Le piace la formula di Eurocarne, che affianca alle tecnologie anche una logica più ampia di filiera?

«Certamente. Sono convinto che non bisogna solo sostenere gli allevatori, ma anche i macelli e la trasformazione meritano di rientrare in un discorso di visione organica. Servono progettualità condivise e di largo respiro. Solo così la suinicoltura italiana avrà un futuro».

 

Fonte: Servizio Stampa Eurocarne-Veronafiere

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