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OTT
2014

Allevamento

Suini: segnali di ripresa dall’Ue, ma non per l’Italia

Entro il 2015 aumenteranno consumi e produzione a livello comunitario. Cristini (Anas): “Da noi costi troppo altri e parco scrofe in diminuzione. Per rilanciare il comparto bisogna valorizzare con forza i prodotti Dop”.

Buone notizie per il comparto dei suini arrivano dall’Unione europea. Dopo due anni di crisi del mercato, caratterizzato dalla riduzione della produzione e dell’offerta di questo tipo di carni, ci sono forti segnali di ripresa. La situazione è però molto diversa tra gli stati membri. Nella prima metà del 2014 le macellazioni sono state in calo rispetto all’anno precedente, anche nei principali paesi produttori, tra cui figura l’Italia, che fa segnare un meno 5%. Per quel che riguarda i consumi, Bruxelles prevede che nel 2014 quelli di carni suine si mantengano allo stesso livello del 2013, circa 31 kg pro capite, e aumentino nel 2015, grazie a migliori prospettive di crescita economica.

 

Eurocarne Post ne ha parlato con Andrea Cristini, presidente dell’Anas (Associazione nazionale allevatori suini).

 

Presidente Cristini, secondo lei a cosa è dovuto questo dato positivo per il settore?

“L’incremento della produzione suinicola previsto a livello comunitario per il primo semestre 2015 (+1%) è dovuto sostanzialmente ad un aumento della consistenza del parco scrofe registrato in alcuni Paesi maggiori produttori. Nel mese di giugno infatti in Danimarca si è registrato un aumento dell’1,1%, in Germania e in Olanda dell’1,2%, in Spagna del 5,3%. In sostanza, in questi Stati il prossimo anno si registrerà una ripresa produttiva che inciderà sul bilancio complessivo comunitario”.

 

L’Italia è tra i principali paesi produttori. Ma quale è la situazione nel nostro Paese?

“Noi registriamo una contrazione del parco scrofe nazionale: i dati relativi allo scorso mese di giugno indicano un’ulteriore riduzione (-1,7%) del numero di animali presenti negli allevamenti italiani. Per questo in Italia si prevede per il 2015 un calo produttivo che Anas ha stimato possa essere dell’1,5% nel primo trimestre del 2015 e dell’1% nel secondo trimestre. Attualmente la contrazione produttiva registrata nei primi otto mesi dell’anno nel circuito dei suini destinati alle produzioni a Denominazione di Origine Protetta è dell’1% circa. I capi destinati al comparto tutelato rappresentano il 70% circa dell’intera produzione suinicola italiana. La crisi che si è verificata in questi ultimi anni ha determinato quindi una progressiva riduzione del numero delle scrofe e dei capi allevati”.

 

Eppure, secondo Bruxelles, la ripresa del settore non è poi così lontana.

“Sì, ma bisogna ricordare che la suinicoltura italiana è in una condizione di svantaggio competitivo rispetto ad altri Paesi per quanto riguarda i costi di produzione. Questo gap non potrà mai essere completamente colmato, basti pensare all’orografia del nostro territorio, alla situazione dei trasporti dei fattori di produzione, mangimi in primis e dei suini, alle condizioni climatiche che non favoriscono la regolarità dell’attività riproduttiva. Inoltre ci sono altre problematiche del sistema-paese che condizionano anche il nostro settore, come il carico burocratico e il costo dell’energia”.

 

Cosa serve, dunque, per riavviare la crescita del settore?

“I necessari miglioramenti dell’efficienza produttiva, ai quali anche il miglioramento genetico delle razze suine attuato da Anas dà un forte impulso, non possono essere risolutivi se non sono accompagnati da una rinnovata strategia per il miglioramento della valorizzazione delle carni suine italiane. La nostra suinicoltura è caratterizzata dai prodotti DOP, soprattutto i prosciutti di Parma e San Daniele, che per anni hanno fatto da volano economico del settore, mentre oggi hanno perso un po’ dello smalto di un tempo. Noi pensiamo che il sistema delle DOP sia un patrimonio irrinunciabile, ma che abbia bisogno di un energico rilancio per una nuova valorizzazione del suino pesante italiano, che rappresenta circa il 70% della produzione nazionale. Le chiavi del rilancio sono una più netta distinzione qualitativa del prodotto rispetto a quello di altre suinicolture e l’organizzazione di un nuovo sistema di comunicazione verso il consumatore che faccia leva sulle denominazioni Parma e San Daniele”.


Fonte: Osservatorio Eurocarne

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