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18
MAR
2014

Allevamento

«Una macroregione anche per la zootecnia»

Così l’assessore all’Agricoltura della Lombardia, Gianni Fava.

Da assessore all’Agricoltura della Lombardia non ha mancato a sollecitare il governo a risolvere i nodi che frenano la zootecnia italiana: la direttiva nitrati, le importazioni di bovini da carne dalla Francia, il mercato suinicolo a singhiozzo. Ma Gianni Fava è stato il primo a rilanciare il tema della Macroregione agricola del Nord anche in chiave zootecnica.

 

Il motivo?

«Dobbiamo affrontare sul territorio i problemi del territorio, non demandare al governo centrale, altrimenti il rischio è che in un dialogo fra Roma e Bruxelles, dove accanto al latte, al riso e alla zootecnia finiscono anche l’olio e le arance, inevitabilmente si debbano giocare carte al ribasso o all’insegna del compromesso. L’agricoltura lombarda e quella del Nord, che producono oltre l’80% del latte, della carne bovina, della carne suina, della carne avicola, del riso, non possono più permettersi negoziati improntati al sacrificio. La Lombardia è la prima regione agricola italiana e la prima a livello agroalimentare d’Europa. Se perdiamo terreno significa rinunciare alla competitività, che per noi significa far leva sulla qualità del Made in Italy piuttosto che la quantità o i costi».


Assessore Fava, se escludiamo il latte, la zootecnia non se le sta passando benissimo. Come mai, secondo lei?

«Ogni comparto deve fare i conti con problemi peculiari, diventa difficile generalizzare. Anche se alcuni tratti comuni possono essere individuati».


Ad esempio?

«La direttiva nitrati è forse la zavorra più pesante, perché minaccia il futuro stesso degli allevamenti. Per questo come Regione Lombardia chiederemo nelle prossime settimane a Bruxelles di rivedere le zone vulnerabili ai nitrati su base scientifica. La ricerca commissionata dai ministeri delle Politiche agricole e dell’Ambiente ad Ispra è notevolmente in ritardo, per questo ci siamo mossi autonomamente, col supporto dell’Università di Milano».


Cosa emerge dai primi risultati?

«I segnali sono incoraggianti e indicano che è possibile contenere del 30% le attuali zone vulnerabili, con benefici rilevanti nelle province di Mantova, Brescia e Cremona, che di fatto costituiscono il triangolo d’oro per la produzione di latte e di suini a livello nazionale».


La suinicoltura sta vivendo una fase critica. Cosa si può fare?

«Bisogna ripensare profondamente l’approccio produttivo, perché i redditi degli allevatori e dei macelli sono in flessione, i guadagni si sono spostati fuori dalla catena produttiva verso la grande distribuzione organizzata. I prosciutti Dop scontano maggiori difficoltà rispetto alle cosce non marchiate. Insomma, bisogna lavorare molto. D’altronde la suinicoltura in Italia, come in tutta Europa, ha dovuto fare i conti con ingenti spese per l’adeguamento alla normativa europea sul benessere animale».


Lo scorso luglio la Lombardia, insieme con l’Emilia-Romagna, il Veneto, il Piemonte e il Friuli Venezia Giulia è riuscita a mettere insieme la filiera per firmare un protocollo d’intesa sul rilancio della suinicoltura. Quali risultati sono stati raggiunti?

«In termini politici direi che il risultato è stato significativo. È stata la prima volta che un territorio omogeneo per produzione ha promosso un’azione condivisa per sollecitare sia le parti che il ministero a trovare strategie comuni. Però è inconcepibile che alla firma si siano presentati 72 rappresentanze, con qualche soggetto che firmava per più organismi».


Questo eccesso di pluralismo è negativo?

«Assolutamente sì. Com’è possibile mettere d’accordo 72 soggetti? In Francia o in Germania non si vedono situazioni del genere. E ritengo che sia anche per queste ragioni che in Francia il governo ha sostenuto gli allevatori di suini con 15 milioni di euro, infischiandosene del fatto se fossero o meno aiuti di Stato. Oppure che in Germania si stia lavorando per premiare con integrazioni sui prezzi di vendita quegli allevatori che rispettano misure ancora più restrittive di quelle comunitarie sull’ambiente o sul benessere animale».


La carne bovina sta attraversando un momento particolarmente difficile. Cosa fare?

«Le prospettive non sono confortanti, complice una demonizzazione eccessiva delle carni rosse. Il rilancio deve necessariamente passare dalla previsione degli aiuti accoppiati del primo pilastro della Pac indirizzati prevalentemente sulla zootecnia, accanto ad un progetto serio per il rilancio della linea vacca-vitello».


Sul versante degli aiuti accoppiati il ministro Martina sembra orientato a sostenere la posizione.

«Finalmente. Se perdiamo la zootecnia possiamo dire addio all’agricoltura. La posizione della Lombardia in conferenza Stato-Regioni è a verbale: gli aiuti accoppiati devono essere destinati prevalentemente al settore zootecnico, poi a riso e olio, in modo che non si creino delle sperequazioni su tutto il territorio nazionale, ma affinché venga riconosciuto il ruolo del Nord sul Pil complessivo agricolo».


La linea vacca-vitello può essere una soluzione intelligente per contenere la dipendenza dall’estero sulle importazioni?

«Indubbiamente, anche se il mondo agricolo non ha ancora trovato una posizione condivisa. Tuttavia, ritengo che sul rilancio della filiera Made in Italy debba essere fatta una riflessione profonda. Non possiamo importare oltre il 90% dei broutard. Inoltre, la produzione dei vitelli da carne potrebbe mantenere in vita la zootecnia nelle aree svantaggiate, dove la presenza dell’agricoltura si rivela indispensabile per la salvaguardia del territorio».


Recentemente è nato in Lombardia il distretto della filiera avicola. È il primo caso di coinvolgimento della distribuzione organizzata. Sarà un valore aggiunto?

«La risposta la date voi di Eurocarne, che per la prossima edizione scommettete sulla filiera orizzontale per valorizzare il prodotto. La Lombardia è il terzo player a livello nazionale per la produzione di pollame e uova, dopo Veneto ed Emilia-Romagna. Una filiera integrata e certificata permette di affrontare meglio le esigenze del mercato, con maggiore rapidità e riducendo i costi, senza per questo compromettere innovazione, nuove tecnologie e qualità. Il passaggio successivo sarà uniformare le misure dei Psr delle Regioni agricole del Nord, a partire dalla zootecnia».


Fonte: Osservatorio Eurocarne

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