contatti  | English

25
OTT
2017

Allevamento

VERSO EUROCARNE VERONA 2018: FILIERA CORTA, IL PATTO DI FIDUCIA TRA ALLEVATORE E CONSUMATORE.

Allevamenti intensivi, il boom della Limousine e la filiera corta come anello di congiunzione tra gli attori dell’industria: ne abbiamo parlato con Roberto Nocentini, presidente dell’Associazione Italiana Allevatori.

L’allevamento intensivo è davvero una soluzione negativa e obsoleta? Una domanda complicata, a cui non esistono risposte univoche. Per capirne di più abbiamo contattato Roberto Nocentini, allevatore e presidente dell’Associazione Italiana Allevatori, la realtà che da oltre nella 70 anni opera in concreto per la tutela della biodiversità animale delle diverse razze e specie.

Lo scopo dell’AIA, sottolinea Nocentini come premessa del nostro incontro, è “conservare e valorizzare un patrimonio unico al mondo che sarebbe delittuoso disperdere”. È un tesoro dal quale derivano non solo la varietà delle razze ma anche un vero microcosmo di culture e tradizioni locali spesso tramandate di generazione in generazione.

A certificarlo c’è la crescita della Limousine, la razza che in dieci anni ha visto aumentare esponenzialmente capi e allevamenti: da poco più di 300 nel 2005 a circa 1.700 dello scorso anno (dati del Libro Genealogico Anacli, Associazione nazionale allevatori delle razze bovine charolaise e limousine, ndr).

 

Nocentini, cosa si intende per allevamento intensivo?

 

Purtroppo quando si parla delle diverse forme di allevamento del bestiame c’è ancora molta confusione e disinformazione. A mio parere non esiste ad oggi una definizione scientifica e universalmente accettata di allevamento intensivo. L’idea che l’intensivo, ovvero raggruppare un numero consistente di animali nella stessa struttura d’allevamento, con poche o limitate possibilità di andare al pascolo brado, sia per forza sinonimo di allevamento negativo, lo trovo una forzatura. E ve lo dice uno che alleva bovini da carne prevalentemente al pascolo brado.

 

Falsi miti o un fondo di verità?

 

La verità è che in stalla c’è un maggior controllo dello stato sanitario dei bovini e si può verificare con più precisione l’esattezza del bilanciamento delle razioni alimentari. C’è da dire che, almeno dal punto di vista dell’immagine, il veder pascolare bovini su ampi prati verdi richiama certamente un’idea ormai poco realistica di benessere degli animali e rispetto dell’ambiente, ma ciò non vuol dire che chi alleva in stabulazione fissa, con le moderne tecnologie, non sia altrettanto rispettoso della salute del bestiame e delle sue condizioni in stalla. La mia affermazione è certificata dalla crescita della razza Limousine, che sta registrando un’espansione su tutto il territorio italiano con un alto indice di gradimento da parte di allevatori e consumatori.

 

In un lasso di tempo relativamente breve la Limousine è divenuta la seconda tra le razze da carne allevate in Italia per numero di capi. In poco più di dieci anni si è passati dai 1.286 capi controllati del 2005 agli oltre 64.150 del 2016 (dati del Libro Genealogico Anacli, ndr). A cosa è dovuto il boom?

 

La razza si sta espandendo sempre di più, ed è allevata ora in diverse aree del Paese. Dalla zona di concentrazione storica nell’Appennino tosco-emiliano, e nelle province al confine tra Lombardia e Piemonte, ora si sta sviluppando molto anche nelle isole maggiori, Sicilia e Sardegna. Questo exploit è riconducibile ai punti di forza della razza, le sue grandi doti di rusticità, la facilità al parto, l’attitudine materna, l’adattamento climatico, la docilità e la qualità delle carni. La Limousine è buona per tutti, consumatori e allevatori.

 

Perché è importante il controllo garantito della filiera corta?

 

La filiera corta è sicuramente un obiettivo da perseguire e favorire proprio per il maggior gradimento dei consumatori verso un prodotto il più possibile tracciato, che abbia effettuato un percorso il più breve possibile dalla zona di produzione e allevamento fino ai banchi di vendita e alla tavola. Un altro punto da sottolineare è che con la filiera corta gli allevatori ci mettono davvero la faccia, è una scommessa forte ma anche una soddisfazione nel dare le giuste risposte in termini di qualità, gusto e salubrità che i consumatori sempre più richiedono.

 

Più è corta la filiera, minore è anche lo spazio tra chi lavora nel settore.

 

Esatto. La filiera corta consente di legare sempre più strettamente tra loro e con maggior responsabilità i diversi attori dell’industria. Se uno degli anelli della catena è debole o viene meno il rapporto fiducia, gli effetti si vedono subito: è un effetto domino che genera qualità e sicurezza, il segreto per il successo.

 

Quanto è importante fornire al consumatore una maggiore tracciabilità della carne bovina?

 

Direi che è fondamentale. I consumatori, oggi sempre più attenti, richiedono informazioni chiare e precise, spesso più dettagliate rispetto a quanto già presente in etichetta o nel materiale informativo disponibile presso i punti vendita, come l’alimentazione degli animali e il loro benessere. È una giusta richiesta: sono parametri che possono essere tracciati e verificati e indicano senza dubbio la qualità degli alimenti.

 

Come si controlla un'etichetta?

 

Direi di verificare subito la provenienza della carne, deve essere italiana o quantomeno europea perché i controlli qui sono rigidissimi. In Italia abbiamo il vanto di aver messo in campo controlli nella filiera carne addirittura maggiori di quanto le normative continentali richiedessero, questo è di per sé già una garanzia. In genere, quindi, occhio che l’origine sia nazionale o tutt’al più europea.

 

Che tipo di carne sceglie Roberto Nocentini?

 

Domanda complicata. È un po’ come chiedere al commissario tecnico di una Nazionale per quale squadra fa il tifo. Battute a parte, io allevo il mio bestiame nella patria della bistecca alla fiorentina. Traete voi le conclusioni.

 
Fonte: Eurocarne News

precedente

ALLEVATORI, UNIAMOCI PER DIFENDERE L\'ECCELLENZA

assomacellai confcommercio federcarni fiesa
trenitalia
svg